giovedì 1 aprile 2021

Felicità e dipendenza

Questa sera ho il piacere e l'onore di condividere con voi un capitolo del mio ultimo libro ALCHIMIA DELLA COSCIENZA, YOUCANPRINT EDIZIONI.  Vi ricordo che è già disponibile, così come L'ARTE DELLA CONSAPEVOLEZZA e METAMORFOSI SPIRITUALE, YOUCANPRINT EDIZIONI, (i miei libri precedenti), presso le vostre librerie di fiducia oppure online, fra gli altri canali, su: YOUCANPRINT, MACROLIBRARSI, IL GIARDINO DEI LIBRI, FELTRINELLI, MONDADORI, HOEPLI, AMAZON, IBS. Buona lettura e grazie!

La felicità non dipende dalle cose esterne, ma dal modo in cui le vediamo. (Lev Tolstoj)

(La copertina del mio libro)


La VERA felicità è frutto della riscoperta di sé come esseri completi ed indipendenti da persone o situazioni esterne. Tutto parte da noi, da uno stato interiore che, se saremo in grado di svilupparlo ed accrescerlo, ci donerà gioia incondizionata e completezza.

La felicità, infatti, non dipende da fattori esterni. Tuttavia, se si cercano all’esterno situazioni o persone allo scopo di essere felici, si sarà dipendenti e si perderà il potere di creare la propria realtà felice.

(Immagine presa dal web)


Il sistema vuole che dipendiamo da condizioni a noi esterne per essere felici. Così facendo esso troverà nutrimento in noi attraverso il consumismo indotto tramite i mass media, facendo leva sul senso d’incompletezza e quel sentimento d’insoddisfazione che sembra accomunare le civiltà tecnologiche occidentali.

Si vive ormai di mode e si tende, di conseguenza, a seguire ciò che fa la massa per paura di risultare inadeguati o di venire rifiutati dagli altri. Si tende a temere il giudizio degli altri.

(Immagine presa dal web)


Così facendo, si vive una Vita non nostra, al solo scopo di non deludere gli altri per paura di essere giudicati ed isolati. L’uomo moderno vive di consuetudini, di paure, cerca di adeguarsi a situazioni e persone per riuscire ad essere felice non sapendo che, così facendo, felice non lo sarà mai.

Quando si vive nella paura del giudizio altrui e nell’aspettativa temendo che le cose non vadano come vorremmo, in realtà si stanno ponendo le basi per la dipendenza, non certo per la felicità. PER ESSERE FELICI BISOGNA FARE CIÒ CHE VERAMENTE CI PIACE, ASCOLTARE IL NOSTRO CUORE SMETTENDO, AL CONTEMPO, DI TEMERE I GIUDIZI DA PARTE DELLE PERSONE CHE CI CIRCONDANO E RICORDANDO CHE LA REALTÀ LA CREIAMO SEMPRE E SOLO NOI, PARTENDO DAI NOSTRI STATI D’ANIMO PERCEPITI IN UN DATO MOMENTO.

(Immagine presa dal web)


Quando si nutrono aspettative su persone ed eventi, si creano solo le basi per vivere una felicità condizionata e transitoria dipendente da fattori a noi esterni. Per vivere la VERA felicità incondizionata occorre, innanzitutto, AMARSI ED ACCETTARSI PER QUEL CHE SI È, NON NUTRENDO ASPETTATIVE SUGLI ALTRI E SEGUENDO, AL CONTEMPO, LE PROPRIE PASSIONI, FREGANDOSENE DELL’ALTRUI GIUDIZIO.

La vera felicità consiste nel riscoprire i propri tesori interiori abbandonando, al contempo, le illusioni e gli stimoli transitori provenienti dall’esterno. Ciò non significa che chi possiede dei beni o ha possibilità economiche non debba goderne. Significa solo che si potrà godere delle cose senza più esserne schiavi sapendo che i tesori, quelli veri, sono custoditi nelle profondità del nostro cuore.

Vincenzo Bilotta


domenica 21 marzo 2021

Fare luce sulle proprie ombre

Viviamo in un mondo duale, un mondo costituito dagli opposti bene/male, bello/brutto, giorno/notte. Questo mondo nasce dalle convenzioni, dal voler catalogare, distinguere, ciò allo scopo di poter comunicare con gli altri e farsi capire, ma è pur sempre un mondo mentale, totalmente mentale.

In questo mondo si pone enfasi sulle cose belle, sia esterne che a noi interne. Di conseguenza, ognuno di noi tende ad apparire più che ad essere, ciò per due motivi fondamentali: nessuno, nemmeno chi ci ha educati, ci ha mai insegnato ad essere, perché probabilmente nemmeno lui, ancora oggi, sa come essere. Il secondo motivo è legato al fatto che, anche se volessimo essere, così, di punto in bianco, non lo potremmo, ciò perché dovremmo prima avere il coraggio di fare un viaggio al nostro interno.

(Immagine presa dal web)

Questo viaggio al nostro interno comporta dei rischi e, proprio per questo, costituisce una sorta di discesa agli inferi (per approfondire l'argomento puoi cercare nel mio blog l'articolo DISCESA AGLI INFERI), un passaggio dal regno della luce a quello dell'ombra. Il regno dell'ombra, però, è abitato dai nostri demoni, quelli che ci governano quando siamo in preda alla paura, delusione, depressione, sconforto, frustrazione o rabbia, tanto per citare solo alcuni.

E' facile mostrare quanto siamo bravi a svolgere un lavoro per il quale siamo portati, come siamo ben vestiti, educati, quanto composti riusciamo ad essere in occasione di un pranzo d'affari... Ma queste sono le parti in luce, quelle legate all'apparire, quelle legate al mondo esterno, aperte a tutti.

(Immagine presa dal web)

Accanto a queste parti in luce, però, esistono delle parti in ombra, parti che non conosciamo e che, spesso, quando capita che emergono ci procurano molti problemi nella loro gestione, basti pensare all'ansia o alla rabbia. Ma per essere davvero completi, totali ed integri, occorre lavorare anche sulle nostre ombre, facendo luce su di esse fino a smetterla di lottarci contro o averne ancora paura.

Sono proprio le nostre ombre, infatti, costituite dai lati oscuri della nostra personalità, quelle che, solo se integrate, possono farci diventare delle persone complete, vere e totalmente padroni della nostra personalità. Ma come si fa a far luce sulle nostre ombre? 
(Immagine presa dal web)


Innanzitutto bisognerà lavorare in totale ascolto di sé, un ascolto scevro da ogni forma di giudizio, un ascolto in grado di porci di fronte alle nostre zone in ombra con la massima imparzialità, distacco, capacità tipiche di chi medita ed è in grado di osservare senza identificarsi mai con nessuno stato d'animo in particolare ma, piuttosto, lasciandolo fluire senza disperdere energia.

Da ciò si capisce bene come sia importante essere preparati a fronteggiare i conflitti irrisolti che ci zavorrano ancora al passato e le ansie che ci proiettano molto oltre l'adesso verso un futuro minaccioso e letale, almeno così sembra apparire agli occhi delle nostre menti iperattive.

(Immagine presa dal web)

Meditare, approfondire la respirazione e lavorare con forme di yoga fisico può essere, in questi contesti, di fondamentale importanza e preparatorio per quello che sarà il passo successivo che ci porterà ad intraprendere il viaggio dentro di noi, per mettere fine al caos, al regno delle tenebre attraverso la luce della nostra consapevolezza, fino a sanare i conflitti che albergavano in noi ma che avevamo congelati per la troppa paura/incapacità di fronteggiarli nel momento in cui avvennero i fatti.

E' tempo di far pace con noi stessi, la pace di mente, cuore e anima; è tempo di far luce sulle nostre ombre, fino a bilanciarle ed integrarle nella nostra personalità, senza giudizio né rifiuto, ma in totale accoglienza; è tempo di amarsi ed accettarsi, per come si è, senza nulla aggiungere o togliere; è tempo di ESSERE, di riconoscersi, di andare oltre l'apparire e il desiderio di approvazione attraverso la standardizzazione col gregge globale; è tempo di tornare se stessi, LIBERI, VIVI E FELICI.

Vincenzo Bilotta

domenica 28 febbraio 2021

Lo spazio sacro

Dentro ognuno di noi c'è un luogo di pace, di presenza, di silenzio. Questo luogo di pace, tuttavia, nella Vita caotica di oggi, viene spesso ad essere offuscato e scosso dalle mille inquietudini che ci fa vivere la nostra mente, inquietudini che ci creiamo a causa della nostra mancanza di centratura.

Il problema fondamentale è che noi diamo potere all'esterno e, così facendo, viviamo nell'illusione che andrà tutto bene solo se fuori le cose vanno come abbiamo previsto. Poiché l'esterno, la Vita, sono un continuo fluire, a volte anche fin troppo impetuoso, ecco che spesso, molto spesso, le cose non vanno come da noi previsto e, proprio per questo, ci sentiamo, arrabbiati, impauriti, depressi, scontenti, frustrati.

(Immagine presa dal web)

Tutte queste sensazioni, questo malcontento di fondo che viviamo è solo pura illusione e deriva dalla mancanza di un proprio centro, di una propria oasi di pace. Quando parlo di centro non mi riferisco al fatto che dobbiamo aprire un centro di consapevolezza dove riunirci tutti assieme per meditare o fare altri tipi di attività, nulla di tutto ciò. 

Quando parlo di centro, mi riferisco alla centratura su di sé, alla possibilità di trasmutare le circostanze esterne a proprio esclusivo vantaggio dopo aver avuto la capacità/il coraggio, di riconoscere il caos interiore, quello stesso caos al quale non abbiamo mai dato nessuna importanza e che, nonostante tutto, ci ha dominati fino ad oggi, ciò a causa della nostra scarsa consapevolezza e di un'attenzione rivolta solo ed esclusivamente all'esterno di noi.

(Immagine presa dal web)

Centrarsi significa creare, ampliare e fare della propria interiorità un'oasi di pace, un luogo sacro dove rifugiarsi quando fuori infuriano le tempeste della Vita che sembrerebbero, almeno all'apparenza ne avrebbero tutta l'aria, volerci spazzare via assieme a tutte le nostre vacillanti certezze.

Riconoscere la propria interiorità è la conseguenza dell'aver preso coscienza del fatto che tutto ciò che sta là fuori (eventi, persone, cose) è solo un riflesso di ciò che abbiamo dentro. In altre parole, noi proiettiamo e viviamo fuori ciò che abbiamo pensato dentro. Se riusciamo a prenderne coscienza, solo allora possiamo trasmutarlo fino a veder cambiare, di pari passo, anche ciò che sembrava la realtà statica a noi esterna.

(Immagine presa dal web)

Quando si è centrati, quando si comincia a conoscere il luogo sacro interiore, si diventa invulnerabili. La persona centrata, infatti, una volta riconosciuta la propria responsabilità interiore per ciò che accade all'esterno, diventa invulnerabile rispetto agli eventi caotici che accadono nella quotidianità. Questa invulnerabilità le deriva dal fatto che essa ha acquisito il potere di cambiare i propri pensieri e, di conseguenza, il proprio sentire interiore per poi trasformare anche l'esterno.

Da ciò si capisce bene come sia necessario lo sviluppo di capacità introspettive. Solo così, infatti, si avrà modo di esplorare, riconoscere ed amare la propria interiorità, trasmutandone quegli aspetti che arrecano in noi preoccupazione, paura, rabbia e tutte quelle forme di inquietudine che, fino ad oggi, non ci avevano permesso di dimorare nella pace interiore nonostante le tempeste, gli tsunami esterni.

(Immagine presa dal web)

Va ricordato che, una volta riconnessi col proprio centro, una volta ripulito il nostro spazio personale fino a farlo diventare la nostra oasi di pace interiore, dovremo ripulire anche l'esterno cambiando, ad esempio, lavoro, amicizie, città, abitudini e, in generale, ciò che potrebbe impedirci la realizzazione e il mantenimento del nostro spazio sacro.

Lo spazio sacro, pertanto, dovrà essere quella parte di noi, la più intima, profonda e benedetta, che dovremo rendere invalicabile da parte degli accadimenti esterni, in maniera tale da renderlo un rifugio sicuro durante le tempeste di particolare intensità.

(Immagine presa dal web)

Per completare e consolidare il lavoro volto alla centratura e alla conseguente creazione di uno spazio sacro, dovremo sviluppare, com'è ovvio, una totale indipendenza dall'esterno (persone, cose, eventi). Dopotutto l'esterno, si sa, è una creazione più o meno inconscia da parte del nostro interno. 

Solo dopo aver creato il nostro spazio sacro potremo essere, finalmente, al sicuro dalle opinioni, azioni, giudizi altrui preservando, così, per noi tutta la vitalità che prima avevamo sprecato dando potere a ciò che, alla fine, era solo una nostra proiezione.

Vincenzo Bilotta

domenica 14 febbraio 2021

A cosa serve il silenzio?

Fin da piccoli abbiamo imparato l'arte di esprimerci. Lo facevamo, dapprima, attraverso i gesti, poi abbiamo imparato ad esprimerci attraverso le parole. Ci hanno sempre insegnato che le cose vanno dette, vanno espresse, che i silenzi non servono proprio a nulla. Anzi, dei silenzi nessuno mai ci ha parlato, non nella quotidianità, una quotidianità fatta di fin troppe parole.

Alla fin fine, noi parliamo per esprimere concetti, intrattenere conversazioni, farci capire dagli altri e stabilire dei ponti comunicativi, ma non sempre è così. Spesso le parole, lungi dall'unire le persone, le separa, a volte in maniera definitiva. Tutto ciò è dovuto al fatto che la maggior parte delle persone si esprime attraverso le parole ma senza pensare agli effetti che, in determinati contesti, avranno su chi riceve il messaggio che vogliono trasmettere.

(Immagine presa dal web)

Pochi di noi sono coscienti di sé, del potere che hanno le parole e, ancor meno, degli effetti che possono avere su chi le ascolta durante una conversazione. A volte sarebbe meglio stare in silenzio, in ascolto, per poter consolidare un rapporto interpersonale, senza spreco di frasi fatte, senza troppo fare, semplicemente rimanendo presenti, facendo sentire la nostra vicinanza a chi spesso, pur non chiedendolo in maniera esplicita, ne ha tuttavia molto bisogno.

Chi lavora su di sé e segue un cammino spirituale sa quanto valga, molto spesso, un silenzio, quanto lo stare senza parlare, semplicemente ascoltando l'altro, possa risanare i rapporti, sciogliere le tensioni, migliorare le relazioni interpersonali.

(Immagine presa dal web)

Ascoltare senza parlare è un'arte, un po' come la meditazione. E, proprio come la meditazione, nessuno ce ne parla, nessuno ce la insegna a scuola o a casa, tranne in casi rari. In tutti gli altri casi dobbiamo essere noi ad imparare, sia che si tratti di meditare o di riuscire a mantenere i silenzi nei momenti opportuni.

Ma nella nostra società, una società fondata sulle parole, sugli intercalari, sulle frasi fatte, chi non parla è visto come un taciturno, un introverso, una persona che ha problemi di gestione dei rapporti interpersonali, questo accade soprattutto in occidente, dove tutto va di corsa, dove non c'è mai tempo per noi stessi, figuriamoci per gli altri!

(Immagine presa dal web)

E così molte relazioni si frantumano per le troppe parole e il poco ascolto, così come i rapporti lavorativi o di amicizia, ciò perché molte volte non si è sviluppata la capacità di ascolto lasciando, invece, fin troppo spazio al volere dire la nostra a tutti i costi, al parlare senza sapere, a volte, nemmeno cosa si dice, spesso non valutando gli effetti delle nostre parole sull'interlocutore.

Ancora peggio, al giorno d'oggi è diffusa la moda di parlare tramite messaggi attraverso i vari strumenti di comunicazione informatici, con la conseguenza che, non essendo le parti presenti di persona, i fraintendimenti senza possibilità di chiarimento immediato sono all'ordine del giorno. Questa è la nostra società attuale, una società in cui si parla tanto senza comunicare nulla, si ascolta poco e si pensa troppo, una società in cui non si lascia spazio all'altro, al silenzio, alla riflessione.
(Immagine presa dal web)


Ecco che il silenzio acquista un suo significato. Ma a cosa serve il silenzio? Secondo me il silenzio nasce dall'esigenza, sempre più impellente dell'essere umano, di tornare ad ascoltare se stesso, i segnali del proprio corpo, questo in un primo tempo. In un secondo tempo il silenzio va condiviso, dall'interno e dopo aver ascoltato se stessi, con l'altro, dedicandogli la nostra attenzione, il nostro tempo, i nostri spazi, quegli stessi spazi che, in passato e come fa la maggior parte delle persone oggi, avremmo riempito di parole spesso prive di significato, dette tanto per togliere spazio all'altro, nel bisogno compulsivo di dire la nostra a tutti i costi ed avere l'ultima parola.

Il silenzio sana, sana i rapporti. Il silenzio evita, evita i conflitti, i fraintendimenti, il dolore, per sé e per gli altri, dolore che deriva spesso da parole che feriscono perché non pensate, ma vengono dette per riempire degli spazi vuoti, che non sono gli spazi interni ad una conversazione, ma gli spazi interiori individuali, quegli stessi spazi che non si ha il coraggio di guardare senza, per forza, doverli riempire di inutili nozionismi.

(Immagine presa dal web)

Da oggi proviamo ad esercitarci nel silenzio, nell'ascolto dell'altro. Manteniamo un silenzio attivo, parliamo senza mai coprire le parole dell'altro magari alzando il tono della voce per non essere interrotti, sentiamole dentro, le parole, prima di inserirle nella conversazione, valutiamo se ne vale la pena dire certe cose o se, invece, è meglio rimanere in ascolto, in accoglienza, PRESENTI A SE STESSI e, di conseguenza, all'altro quale nostro specchio.

Vincenzo Bilotta



lunedì 1 febbraio 2021

La differenza fra il religioso e lo spirituale

"Religioso è colui il quale teme l'inferno. Spirituale, invece, è chi l'inferno lo ha attraversato facendo pace coi suoi demoni interiori." (Vincenzo Bilotta)

Oggi voglio parlarvi di una differenza, in particolare voglio trattare l'argomento riguardante la distinzione che passa fra l'essere religiosi rispetto all'essere spirituali. Questa differenza è fondamentale e, a seconda dei casi, può creare unione o separazione fra i popoli.

(Immagine presa dal web)

Comincerò col parlarvi della persona religiosa. Esistono differenti tipi di religione. Ogni popolo di ogni parte del pianeta e sin da tempi remoti, ha sempre sentito la necessità di credere in qualcosa di superiore, qualche entità in grado di proteggerlo, ascoltarlo, aiutarlo nella Vita quotidiana quando sentiva particolare bisogno di un aiuto superiore.

Da lì ecco nascere le religioni, ognuna col proprio rappresentante, ognuna con le proprie regole di condotta morale, con i propri divieti ed imposizioni. Ben presto però, in contemporanea col nascere delle religioni, ecco nascere anche le divisioni dovute ad un diverso modo di vedere, vivere e comportarsi imposto dai precetti dei differenti culti.

(Immagine presa dal web)

Queste divisioni, operate dalle differenti religioni, lungi dal portare unità e pace nel mondo hanno determinato guerre, persecuzioni, saccheggi, il tutto in nome di un sentimento di superiorità che si è voluto far prevalere da parte di un credo rispetto ad un altro.

Fatta questa premessa si capisce bene come la persona religiosa, pur riuscendo a trovare un suo equilibrio all'interno del culto professato, tuttavia tenderà ad avere una visione unilaterale del mondo, visione collegata e controllata dai precetti ai quali ha deciso di aderire una volta che ha cominciato a professare quel determinato credo.

(Immagine presa dal web)

Da qui, com'è chiaro, sorgeranno delle inevitabili separazioni fra persone appartenenti a differenti tipi di culto religioso, separazioni che, come ho avuto modo di accennare prima, hanno portato nel corso dei secoli a conflitti, uccisioni, odio razziale.

Dopo aver parlato della persona religiosa, voglio adesso parlarvi della persona spirituale. La persona spirituale è quella che non aderisce a nessun tipo di credo, semplicemente si limita a vivere la Vita vedendo il divino dappertutto, un pò come facevano gli animisti nella preistoria. Questa visione delle cose come dotate di un'anima, di una divinità interiore, porterà la persona spirituale a vivere una sensazione di unità con tutte le altre persone, cose, animali, minerali esistenti sul pianeta, senza giudizio né conflitto di sorta.

(Immagine presa dal web)

La spiritualità è praticabile a patto che ci si sia, prima, liberati dalla religione di origine, quella che, per intenderci, attraverso i suoi precetti e dogmi, potrebbe tenerci ancora separati da tutto il resto del creato attraverso l'imposizione di un modo di vedere che è, spesso, diametralmente opposto rispetto ad un qualsiasi altro credo religioso.

Dopo essersi affrancati dal senso dell'obbligo e di separazione vissuto, ma prima ancora sentito, attraverso l'adesione ad un culto piuttosto che ad un altro, poco importa, si dovrà percorrere il cammino in maniera autonoma, cominciando a vivere e sentire le cose per come sono, un'esperienza da fare in prima persona. L'esperienza religiosa, infatti, la si vive attraverso lo studio dei testi sacri, quella spirituale, invece, è un'esperienza pratica, un sentire più che una conoscenza derivante dallo studio. Mentre la religione forma attraverso la conoscenza teorica dei testi sacri, la spiritualità trasforma attraverso la sperimentazione pratica del divino in ogni cosa esistente, fino a farci tornare ad essere parte integrante del tutto.

(Immagine presa dal web)

Ma per essere spirituali occorrerà non cadere nella trappola di far diventare religiose pratiche quali la meditazione o lo yoga. Sì, perché la tendenza potrebbe essere, in molti casi, quella di dipendere da qualcosa di trascendente e, una volta intrapreso il cammino di liberazione attraverso la pratica della meditazione, farla diventare una pratica religiosa.

La spiritualità non può essere religione, tuttavia il religioso può essere spirituale, a patto che si approcci al mondo della spiritualità con cuore aperto, senza giudizio e accetti, al contempo, le altre religioni come riflessi dello stesso specchio d'acqua, in fondo tutto è uno e ciò che ognuno di noi vuole è essere connesso a tutto il resto, oltre ogni descrizione del mondo operata dai testi sacri e nel loro rispetto, per carità, ma in uno stato di apertura tale da fargli trascendere giudizi nei confronti degli altri credo i quali, lungi dal far percepire, unione, pace ed armonia nel mondo, hanno portato, fino ad oggi, solo morte e distruzione.

Vincenzo Bilotta


domenica 17 gennaio 2021

Essere umili

Viviamo in un mondo dove è più importante l'apparire e il fare rispetto all'essere. Di conseguenza, l'ostentazione sarà il modus vivendi adottato dalla maggior parte delle persone e ciò determinerà una società basata sull'esaltazione dell'immagine, di un ego ipertrofico, una società del "dimostrare" rispetto al "divenire".

In un contesto sociale come quello descritto sopra, l'umiltà non trova certo spazio. Anzi, lungi da ciò è vista come una forma di sottomissione, inferiorità o mancanza di amor proprio... In poche famiglie viene insegnato ad essere umili e, ancor meno, viene spiegato che umiltà non significa sottomissione o umiliarsi agli altri...

(Immagine presa dal web)

Essere umili non significa crearsi per poi nutrire dei complessi d'inferiorità che ci portino a non metterci mai in gioco per paura di perdere; essere umili, semmai, significa seguire le proprie passioni, realizzare i propri successi, pur mantenendo "la testa sulle spalle", come si suol dire... Essere umili significa vivere, creare, esprimere al massimo le proprie potenzialità senza mai degenerare nell'esaltazione o nel delirio di onnipotenza.

L'umiltà è vista, in questo contesto, come una forma di equilibrio fra i due estremi costituiti da una parte dai complessi d'inferiorità e, dall'altra, dall'esaltazione estrema. Chi è umile non è un fesso, non ha rinunciato a riscuotere successo, a vincere, a diventare un personaggio famoso e stimato, niente di tutto ciò.

(Immagine presa dal web)

Chi è umile ha imparato, semmai, a rispettare e ad essere rispettato, a lavorare duro per ottenere ciò che vuole senza, tuttavia, ostentare il proprio lavoro né esaltarsi troppo. Chi ha sviluppato lo spirito di umiltà ha sviluppato, al contempo, una grande forza interiore, la stessa forza che lo sosterrà nelle tempeste della Vita senza mai fargli perdere di vista il proprio omega, fino a farglielo raggiungere per realizzare i progetti della propria anima.

Chi è umile non teme il disprezzo da parte di chi, fraintendendo la sua immensa ed equilibrata forza interiore, tenderà a criticarlo e a sottovalutarlo, semplicemente si limiterà a non dargli retta continuando per la propria strada senza dare adito a polemiche. 

(Immagine presa dal web)

Essere umili comporta mantenersi bambini dentro. Solo un cuore bambino, capace di meravigliarsi ancora per un tramonto, di giocare ancora con la Vita senza nutrire nessuna aspettativa nei suoi confronti, può riuscire a rendere una persona umile e capace di amore incondizionato nei confronti dell'esistenza.

E' la persona umile che riesce a lavorare e produrre attraverso la creatività senza mai pubblicizzare eccessivamente il proprio lavoro al solo scopo di essere lodato. Chi lavora ed è veramente umile, infatti, non necessita del riconoscimento di alcun merito, in quanto sta solo esprimendo la propria creatività dopo essere andato oltre la programmazione e il pensiero del gregge.

(Immagine presa dal web)

Chi è umile non esalta la propria umiltà, altrimenti sarebbe solo ego mascherato da falsa modestia. Le persone più umili sono quelle che riescono a svegliarsi prima rispetto a quelle che vivono di apparenze e fanno al solo scopo di essere lodate ed acclamate dalle masse. L'umile vive di più a contatto con la natura, lavora senza sentire fatica, realizza ciò che agli altri sembra impossibile, ciò per il fatto che è abituato a lavorare senza sosta e non ha paura di fallire nel perseguimento dei propri obiettivi perché ha imparato a giocare con la Vita evitando di ammuffire diventando adulto.

Gli artisti più famosi, coloro i quali realizzano capolavori in ogni settore delle arti creative, sono molto spesso persone umili, connesse con la propria interiorità, che vivono momento per momento, gioendo per ciò che gli offre senza aspettarsi nulla, semplicemente rimanendo connessi e continuando a fluire con la Vita.

(Immagine presa dal web)

La persona più umile è grata per ogni giorno di Vita in più che Dio gli offre, per ogni dono che la Vita saprà portargli senza, tuttavia, ostentare la propria gioia in maniera eccessiva, rimanendo nella propria centratura, vivendo ogni cosa nel flusso, senza opporre mai resistenza. 

E' ALLE PERSONE UMILI CHE APPARTIENE IL MONDO, COLORO I QUALI SONO CAPACI DI GUARDARE OLTRE LE APPARENZE, DI FARE AL SOLO SCOPO DI CREARE A PRESCINDERE DAI RISULTATI, DI DIRE GRAZIE QUANDO RICEVONO UN SORRISO, DI CHIEDERE SCUSA QUANDO RICONOSCONO DI AVER COMMESSO UNA MANCANZA NEI CONFRONTI DI QUALCUNO, DI PERDONARE QUANDO RICEVONO UNA "CATTIVA" AZIONE", DI AMARE, INCONDIZIONATAMENTE, TUTTO IL CREATO, COSI' COM'E', SENZA VOLERNE CAMBIARE NULLA.

Vincenzo Bilotta

domenica 3 gennaio 2021

Uscire dal programma

Nasciamo tutti liberi, potenti e creativi. Da bambini sogniamo di fare mille mestieri, l'entusiasmo ci accompagna sempre, questo fino a quando non entriamo in contatto con la programmazione. Infatti, non appena raggiungiamo l'età scolare, saremo inquadrati nella massa dei non-pensanti. Da quel momento comincerà la programmazione, volta a creare delle persone in grado di produrre, specializzate nelle diverse discipline, ma che di creativo avranno ben poco.

Si entra nel programma sin dall'età di 4-5 anni, perché oggi i bambini cominciano già ad essere programmati dalla scuola materna, per poi continuare fino al conseguimento del titolo accademico. Nel mezzo della programmazione raramente si riesce a conservare l'animo creativo e, con esso, la curiosità nei confronti della Vita, in pratica il nostro bambino interiore viene messo a dormire, ciò allo scopo di creare un adulto ammuffito e specializzato nelle varie mansioni lavorative.

(Immagine presa dal web)

Quando andiamo a scuola entriamo in contatto coi modi di vedere, sentire, percepire la Vita dei nostri insegnanti e, inevitabilmente, con le loro paure. Tutti abbiamo assorbito le paure e le aspettative dei nostri insegnanti a scuola e, prima di essi, dei nostri genitori a casa, dei preti in chiesa, degli allenatori in palestra ma, anche, degli amici in giro.

Il trucco sta nel rimanere con l'animo bambino facendo finta di essere degli adulti ammuffiti... E' necessario, anzi, di vitale importanza, mantenere una parte di noi, la più profonda, libera dal grigiore che l'insegnamento scolastico ci trasmette, occorre sviluppare uno spirito critico nei confronti di ciò che ci viene insegnato, una capacità di discernimento, essenziale per distinguere ciò che è giusto ricordare alla fine del percorso di studi rispetto a ciò che, invece, non è necessario memorizzare dopo le interrogazioni di routine.

(Immagine presa dal web)

Ciò che risulta di fondamentale importanza è il rimanere fedeli al programma, almeno in apparenza, ciò per non suscitare le opposizioni dei nostri insegnanti, genitori, preti, amici, allenatori, mentre nel nostro intimo, nel nostro giardino interiore, continueremo a coltivare, in gran segreto, la nostra creatività, il senso del bello, la gioia di vivere, perché queste nessuno ce le può insegnare, le abbiamo già da bambini, dobbiamo solo custodirle e lasciare che crescano e si sviluppino in noi libere dalle incrostazioni che la programmazione scolastica tende a formare su tutto ciò che è "fuori dagli schemi".

Impariamo a pensare a modo nostro, ad uscire dagli schemi, smettiamo di avere paura del giudizio, dopotutto chi ci critica è chi non ha il coraggio di pensare con la sua testa e, per ciò stesso, decide di subire passivamente la programmazione scolastica.

(Immagine presa dal web)

C'insegnano poesie da imparare a memoria, date storiche, materie scientifiche da ripetere a pappagallo durante le interrogazioni, ma NESSUNO c'insegna a ragionare con la nostra testa, a riflettere sull'esistenza, sulla Vita, su noi stessi. In pratica sembriamo tanti robot, impariamo le lezioni a memoria e a memoria le ripetiamo agli insegnanti ma, una volta terminati gli studi, poco o nulla di quelle nozioni rimarrà nella nostra mente.

Secondo me, nei programmi scolastici dovrebbero aggiungere materie quali "educazione alla Vita", "elementi base di amore incondizionato", "invito al pensiero controcorrente" e, per finire, "educazione al perdono". Ho elencato delle materie che, seppur utopistiche, sarebbero di vitale importanza per far mantenere vivo lo spirito bambino-creativo in ognuno di noi, il solo che può evitare la morte mentale delle masse, in un mondo che sta sempre più diventando una necropoli piena di zombie che credono di essere vivi e liberi di fare ciò che gli pare...

(Immagine presa dal web)

In realtà nessuno, o pochissimi, riescono a realizzare se stessi, ciò perché devono prima superare due grandi ostacoli: il primo è la programmazione, il secondo è la paura di ciò che accadrà "dopo" che si sarà usciti dalla programmazione. In verità, la paura del "dopo" deriva dal fatto che nessuno c'insegna la libertà, perché è della libertà che abbiamo paura, non dell'andare oltre la programmazione ma, piuttosto, della responsabilità di essere gli artefici della nostra felicità!

Per uscire dalla programmazione occorrerà innamorarsi della Vita, rimanendo suoi allievi e lasciandosi guidare dalla curiosità e dal desiderio d'imparare cose nuove, giorno dopo giorno, senza smettere mai d'imparare. Una volta usciti dalla programmazione, ad attenderci troveremo la Vita, quella vera, quella che nessuno ci ha mai insegnato, alla quale affideremo i nostri sogni e, lasciandoci trasportare dalla sua corrente con fede, spinti dall'entusiasmo e dalla creatività, riusciremo finalmente a vivere ed esprimere la nostra individualità ed amore incondizionati, andando oltre, in maniera definitiva, la massa di automi robotizzati che sembrano ormai vivere in attesa della morte e lavorare nella speranza di un rapido pensionamento.

Vincenzo Bilotta