lunedì 2 novembre 2026

La morte non esiste

Non esiste la morte, ma solo un cambiamento di mondi. (Proverbio indiani nativi d'America)

Si parla poco della morte, si fa finta che non esista. La si esorcizza perdendosi nelle mille cose da fare quotidiane, si crede non debba mai toccare a noi o alle persone che abbiamo più vicine, che ci stanno più a cuore, ma poi arriva, improvvisa, inesorabile, e ci butta a gambe all'aria, facendoci fare i conti con la mortalità del nostro corpo, quello fisico.

La verità è che noi pensiamo alla morte vedendola come l'annientamento della persona, come se non restasse nulla della persona morta, nulla a parte il ricordo nelle persone che l'hanno amata, conosciuta e con la quale hanno condiviso i momenti belli.

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Ma la morte è reale? Sì, certo, mi direte che non c'è bisogno di porla, una domanda simile: si muore, puoi giurarci, amico, qualcuno penserà mentre legge questo articolo. Ma questa morte esiste come forma di annientamento totale della persona, oppure è solo una transizione, dallo stato solido a quello eterico, una sorta di liberazione dei corpi sottili dall'involucro di pelle, muscoli, ossa, organi interni, nervi chiamato "corpo"?

"Non esiste la morte, ma solo un cambiamento di mondi" dicevano gli indiani nativi d'America. Cosa significa? Forse che chi muore prende un razzo e decolla verso un altro mondo, inteso come pianeta diverso dal nostro dove andrà a vivere dopo essere stato dato per morto qui, sulla terra?

No, sicuramente ciò non avviene. Il suo significato è di tipo spirituale, molto più profondo di quella che voleva essere solo una battuta da parte mia per sdrammatizzare un argomento come quello riguardante la morte, argomento in grado di provocare sempre sgomento nelle persone al solo sentirne pronunciare la parola.

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La morte come cambiamento di mondi, tale è intesa dagli indiani nativi d'America, è vista come un abbandono del corpo da parte della persona che muore, per trasmigrare verso un'altra dimensione, o mondo. In quest'ottica il corpo è una sorta di pegno pagato alla morte per ottenere la libertà di cambiare mondo, andando a vivere in un'altra dimensione.

Al di là di tutte queste mie spiegazioni, andando al succo del discorso del mio articolo di oggi, guardando la morte sotto questa nuova prospettiva, essa risulta essere solo un passaggio da un mondo, quello terreno, ad un altro, quello ultraterreno. Sotto questa nuova luce, la morte non viene più vista con paura o vissuta con dolore, dolore per la perdita della persona morta, semmai viene vista come un passaggio, un viaggio che la persona fa una volta abbandonato il corpo fisico.

Di conseguenza in questo modo si vive questo passaggio come lo vivevano gli indiani nativi d'America e cioè con la consapevolezza che, in realtà, nessuno è morto, muore o morirà mai, solo cambierà mondo, liberandosi del corpo fisico come il serpente si libera della pelle vecchia durante la muta.

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Quando muore qualcuno lo si piange. Lo si piange perché ci mancherà la sua presenza fisica, i suoi consigli, il condividere con questa persona i momenti della propria Vita, ma è pura illusione perché, in realtà nessuno muore davvero.

L'abbandono del corpo è come quando qualcuno lascia una macchina posteggiata e se ne va. La macchina non si muove più, però chi ne è sceso (anima, spirito, chiamatelo come vi pare) ha solo cambiato mezzo, magari viaggiando in autobus o a piedi, ciò per dirigersi in un posto diverso rispetto a quello in cui era arrivato in auto.

Piangere quando si perde una persona fa bene, libera, da sfogo al dolore, aiuta ad elaborare il lutto e a liberarsi fino a trovare in qualche modo un po' di pace e l'equilibrio che si erano persi quando era arrivata la notizia della morte improvvisa della persona alla quale tenevamo tanto, specie se questa persona stava bene e non ci saremmo mai aspettati potesse morire improvvisamente.

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Ma la morte non chiede mai il permesso né, tantomeno, da alcun preavviso: arriva e basta. Però è solo un cambiamento di mondo, dicevano gli indiani nativi d'America. Lasciamo, allora, che chi muore possa compiere il proprio viaggio, il proprio cambiamento di mondo, in maniera serena, smettiamo di imprecare contro il destino, accettiamo la scelta della sua anima di compiere il passaggio, lasciamo andare ciò che, in realtà, sta solo cambiando forma e intraprendendo un viaggio, il viaggio verso una nuova dimensione dove il corpo non è richiesto.

Vincenzo Bilotta 

martedì 27 ottobre 2026

La malattia come occasione per rinascere

Prima o poi ci si ammala, nessuno scappa. Quando sembra andare tutto per il verso giusto arriva lei, la malattia, mai richiesta, dalla quale tutti si credono immuni, quasi fossero immortali. La medicina ufficiale, poi, fa il resto per arricchirsi alle spalle di coloro i quali si ammalano.

Molti medici sono degli sciacalli, buoni solo a speculare sulla salute dei propri pazienti, ciò in barba alla fiducia che questi ultimi ripongono in loro e al giuramento di Ippocrate da loro prestato. Ma se ciò avviene, è anche colpa delle persone che continuano a consultare queste bestie assetate solo di denaro e che vedono nei propri pazienti non una persona sofferente da curare, ma un mezzo attraverso il quale arricchirsi e comprare la prossima Porsche.

E sono stato fin troppo clemente nei confronti di certi indegni rappresentanti della classe medica. Adesso, invece, voglio occuparmi solo ed esclusivamente dell'articolo di oggi. Perché ci si ammala? Come mai, ad un certo punto della Vita di una persona arriva lo squilibrio psicofisico chiamato dalla medicina allopatica "malattia"?

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La malattia è sempre una conseguenza di un disagio interiore vissuto da parte del soggetto che soffre di una determinata patologia e, contrariamente a quanto pensa la maggior parte della gente, non arriva per punire qualcuno per i suoi peccati o perché in quel momento circolava un determinato virus, niente di tutto ciò.

La malattia arriva quando una persona smette di vivere, di avere degli obiettivi e, lungi da tutto ciò, diventa apatica e si lascia trascinare dalla corrente della Vita senza una direzione ben precisa, direzione che potrebbe essere seguita se solo la persona che diventa preda delle correnti esterne avesse uno scopo, una ragione di Vita.

Così la persona colpita dalla malattia si dispera, se la prende col destino, con Dio, con il mondo, rimugina sulla diagnosi e, così facendo, perde un'opportunità: quella di approfittare della malattia utilizzandola come occasione per cambiare Vita fino a rinascere dalle proprie ceneri proprio come l'Araba fenice.

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Il nostro corpo è molto più intelligente di quello che potremmo anche lontanamente immaginare. Proprio per questo, esso non si ammala mai "per caso" e dietro ogni sintomo psicofisico c'è sempre una ragione per cui esso si manifesta, e quella ragione è collegata allo stress che la persona malata ha vissuto per mesi, a volte anni se il suo sistema immunitario è abbastanza forte, e che ha determinato lo stato patologico come condizione finale di uno stato di disagio protratto nel tempo.

Il fatto è che la maggior parte delle persone quando si ammala, pensa che la malattia sia il capolinea, ossia non che ci siano soluzioni per guarire da quella determinata patologia salvo l'utilizzo di farmaci per il resto della propria Vita. 

Ovviamente queste leggende metropolitane, che per molte persone sono vangelo (purtroppo per loro!), sono state create dai medici allopatici, i quali vedono il corpo umano come un'auto da riparare e sulla quale guadagnarci un botto di soldi. Ma la verità è ben diversa.

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La malattia è un segnale estremo che il corpo invia alla persona quando quest'ultima è talmente testarda ed insensibile da non capire che c'è qualcosa che andrebbe cambiato nella sua Vita affinché il suo corpo possa tornare a funzionare correttamente.

E siccome il corpo è la scatola nera delle emozioni umane e non può comunicare il proprio disagio verbalmente, ecco che entrano in gioco i sintomi presenti all'interno dello squilibrio psicofisico, altrimenti inteso come "malattia".

La medicina allopatica non insegna come comunicare col proprio corpo, come decifrare eventuali sintomi patologici, ma si limita (per ovvi interessi economici e, non da ultima, una visione meramente meccanicistica del corpo umano) a bollare la persona come malata e imbottirla di farmaci a Vita.

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Per fortuna fin dall'antichità, ancor prima che i medici si occupassero solo di far soldi sui propri pazienti, esistono altri mille modi di far medicina, quella VERA, e possiamo raggrupparli tutti sotto la denominazione di medicina naturale e, in particolare, medicina olistica.

Se vuoi sapere di più sulla differenza che passa fra medicina allopatica e medicina olistica puoi leggere il mio articolo intitolato MEDICINA ALLOPATICA VS MEDICINA OLISTICA. Detto questo, scopriamo insieme i motivi per i quali ci si ammala secondo la visione olistica.

Secondo la medicina olistica (dal greco Holos, che significa "intero") la malattia è un segnale che il corpo ci invia per comunicarci che la nostra Vita, così come la stiamo vivendo, ha subito una battuta di arresto e che, pertanto, necessita un cambiamento.

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Quando parlo di cambiamento intendo un cambiamento nel modo di pensare, di agire e, in generale, di vivere. Se si comprende questo segnale inviato dal nostro corpo, ecco che la malattia diventa un'occasione per guarire la propria Vita, perché è di questo che si tratta: guarire la propria Vita guarendo il proprio modo di pensare e non prendendo pasticche a Vita per fare arricchire i parassiti della classe medica!

Si può guarire da tutto, a patto che non ci si lasci bloccare dalla paura, il che avviene quando ci si lascia governare dai pensieri negativi sulla malattia stessa senza, tuttavia, riflettere sulle ragioni profonde che ne hanno determinato la comparsa all'apparenza "improvvisa".

Di conseguenza, se si utilizza la malattia come un'occasione per rinascere, imparando a comunicare con il proprio corpo dopo averne decifrato il linguaggio, ecco che la malattia non avrà più ragione di esistere e, come ogni messaggero, abbandonerà la persona che, in questo modo, si sarà autoguarita attraverso la comprensione profonda del sintomo e non attraverso il farmaco che, invece, è solo un palliativo.

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Ma se la malattia sarà vista come una condanna e il soggetto che ne soffre non cambierà modo di pensare, restando schiavo delle proprie paure e alimentando, in questo modo, la patologia, ecco che ciò che poteva essere un'occasione per rinascere determinerà, in questo caso, una discesa agli inferi da parte del soggetto che, non avendo sviluppato gli strumenti idonei per comunicare col proprio corpo, si limiterà a curarne i sintomi per il resto della propria Vita.

Vincenzo Bilotta

lunedì 19 ottobre 2026

Invece di lamentarti, ringrazia

Viviamo in una società dove si vuole tutto e subito, una società dove i media fanno sentire come necessario il superfluo e il desiderio di accumulare, avere, mostrare di avere, sempre di più, una società fondata sull'apparire, non sull'essere.

Ma cosa accade ad un simile tipo di società, una società dove ci mostrano il lusso come elemento essenziale per la sopravvivenza, quasi fosse più importante del cibo, di una casa nella quale vivere, della salute e della Vita stessa?

Accade che il superfluo diventa l'essenziale, l'essenziale viene dato per scontato e così si corre come tanti asini dietro una carota attaccata ad un bastone, inseguendo i beni di lusso, le cose non necessarie, molto spesso diventando degli accumulatori seriali di abiti, suppellettili inutili, di tutta quella roba che serve solo a riempire gli armadi o a stare ferma come soprammobile da spolverare, aggiungendo altro lavoro alle faccende domestiche quotidiane.

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Il fatto buffo di tutto ciò è che la gente, nonostante possa avere tutto, è infelice, triste, depressa e comincia a prendersela con gli altri, a drogarsi, diventa alcolizzata, aggressiva, violenta. Ma il disagio interiore, così facendo, non viene placato, perché riversandolo verso il mondo esterno, verso gli altri, si trasformerà in disagio sociale, quello che in questi ultimi anni stiamo vivendo, in maniera sempre più accentuata, qui in Italia.

Inoltre, l'eccessivo benessere, tipico dei paesi occidentali nei quali vige il capitalismo, ha portato ad un innalzamento dell'asticina, quella che misura i bisogni fondamentali dell'essere umano. Così, complice il desiderio di conformismo, gli influencer che ormai presentano i loro video vestiti con abiti di lusso, si è arrivati a considerare essenziale possedere la borsa di quel marchio famoso che costa oltre 4000 euro più importante dell'avere cibo a sufficienza, salute, un lavoro e delle relazioni sociali sane.

La conseguenza è che chi non riesce ad acquistare beni di lusso come il tamarro di turno sponsorizza nel suo canale, diventa triste, arrabbiato con la società ma, soprattutto, lamentoso. Questo tipo di lamentela oltre ad essere inutile è pure contagiosa, così eccovi servita la società di oggi, quella nella quale ognuno di noi vive.

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Una società che ha perso il senso di ogni misura e decenza, ogni tipo di contatto con la natura, che non si da più la possibilità di provare gratitudine dentro, sia pure per il solo fatto di essere vivi e in salute. Ma se chiedete in giro a qualcuno se riesce ad essere grato di almeno una cosa positiva nella propria Vita, lui comincerà ad elencare solo le sue "disgrazie" fino a quando non ne avrete abbastanza e deciderete di andare via.

Occorre un ritorno alla normalità, ristabilendo un metro di valutazione di quelli che sono stati, da sempre i valori essenziali dell'essere umano: godere di buona salute, la sicurezza, avere cibo a sufficienza, un lavoro, delle relazioni sociali sane e un tetto sotto il quale dormire.

Se ci fate caso, ormai tutti disponiamo di ciò che fa di un essere umano una persona fortunata, ma chi sta in alto e deve vendere i suoi abiti firmati, i suoi farmaci e le sue auto prestigiose, vuole farci credere che se non abbiamo ancora acquistato uno o più prodotti da lui reclamizzati siamo  fuori dal giro, non alla moda e via dicendo.

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Ecco perché i ragazzi, invece di essere felici di cambiare uno smartphone al mese, si lamentano perché vorrebbero sempre di più, complici gli influencer sui social che ostentano Vite finte tipo star di Hollywood, fatte di viaggi, abiti firmati e auto costose. Ci vuole un ritorno all'essenziale.

Quando parlo di un ritorno all'essenziale non intendo per forza diventare minimalisti, ma imparare a comprendere quanto siamo fortunati ad essere vivi, in un paese dove non ci bombardano continuamente e con una casa nella quale abitare. Ci sarebbe da essere grati a Vita, provate a chiedere ad un bambino che vive in un paese in guerra e che, magari, ha perso i genitori durante i bombardamenti, quali siano le cose essenziali per lui. 

Di certo non vi dirà che il suo obiettivo, quello che lo renderebbe davvero felice, è possedere l'ultimo modello della tale marca di smartphone. Egli vi dirà che rivuole papà e mamma, la casa distrutta durante i bombardamenti, un tozzo di pane perché ha fame in quanto non mangia da giorni e un po' d'acqua perché è assetato.

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Provate, per un attimo, a mettervi nei suoi panni, provate a capire cosa sia davvero importante in questa società fondata sui bisogni superflui, sull'inutile ostentare ciò che si possiede, sul buttare via, dopo averli utilizzati magari una sola volta, amici, vestiti firmati, smartphone, scarpe.

Occorre uscire dalla trappola mediatica, quella che ci fa credere che per essere felici occorra avere la villa con piscina come il giocatore di serie a, l'auto superveloce, il giubbotto da 5000 euro che poi non metti mai per paura che si sporchi o la supervacanza intorno al mondo da 10000 euro.

Occorre un ritorno alle origini, all'essenziale, lasciando nelle nostre Vite solo ciò che ci serve e cioè: vestiti eleganti ma non griffati, auto per spostarsi economiche, ristabilire un contatto con la natura, smettere di mangiare cibi elaborati nei fast food delle multinazionali, ringraziare Dio per ciò che già si ha, per quello che si è e, soprattutto, buttare nella spazzatura la tv smettendo, al contempo, di credere nei finti valori trasmessi dai mass media.

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Invece di lamentarci, cominciamo a ringraziare. La lamentela attira soltanto altra lamentela, proviamo a dire GRAZIE, a sentire dentro di essere già completi, appagati, percependo quella libertà dall'omologazione a questa società dei finti bisogni, fatta di cartapesta.

GRAZIE è una preghiera, la più potente che si possa rivolgere, all'universo, a Dio, per ciò che si ha. GRAZIE è una comunicazione con Dio, nella quale si afferma di possedere già tutto quello che occorre per essere felici e non si desidera altro. GRAZIE è un inno alla Vita, alla gioia e all'amore incondizionati, QUI E ORA, per questo istante in più che Dio ci concede per poter esprimere le meraviglie che siamo.

Vincenzo Bilotta

lunedì 5 ottobre 2026

La mente è una scimmia

La mente, la nostra mente, è una scimmia, né più, né meno. Essa, infatti, si comporta proprio come le scimmie, attraverso la sua iperattività e il suo inarrestabile fiume di pensieri che crea dal nulla (fino a 60000 al giorno) e ci mette sotto il naso, e noi fessi che ci crediamo pure!

Proprio come una scimmia, che salta da un ramo all'altro senza requie, pure la mente fa lo stesso, saltando da un pensiero all'altro senza mai fermarsi. Appena finisce un pensiero, ne comincia subito un altro, e un altro ancora, a volte rimaniamo intrappolati in un pensiero, ci fissiamo su di esso fino a farlo diventare una vera e propria ossessione.

Ma la scimmia, la mente, sta solo facendo il suo lavoro. Proprio come una scimmia selvatica salta, grida, senza disciplina né senso, anche la mente si comporta allo stesso modo, la mente è una vera e propria scimmia selvatica, e i suoi pensieri sono uguali a lei, selvaggi, incontrollati, sparati a raffica senza interruzione nell'arco della giornata.

Ma così come la scimmia può essere addomesticata fino a farle raggiungere una certa compostezza, insegnandole a comportarsi in maniera adeguata senza più saltare senza tregua da un ramo all'altro di un albero, anche la mente può essere disciplinata in maniera tale da raggiungere una condizione di equilibrio.

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Così come per addestrare una scimmia selvatica esiste il domatore, anche per la mente esiste un "domatore interiore" e cioè la meditazione. La meditazione, infatti, è in grado di creare le condizioni idonee affinché la mente si rilassi, rallenti, fino a stabilizzarsi in uno stato di quiete.

Voglio aprire una piccola parentesi riguardo alla domanda che molti mi pongono spesso, e cioè se la mente coi suoi processi di pensiero compulsivo possa essere fermata fino ad un punto in cui non si pensa più a nulla. La risposta è no, non si può fermare la mente.

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Perfino Maharishi Mahesh Yogi, creatore della meditazione trascendentale, provò ad arrestare il processo di pensiero durante la meditazione, tuttavia ci riuscì solo per qualche minuto, non di più. Ma poi, se la mente è fatta per pensare, che problemi abbiamo nel lasciarle fare il suo lavoro? Quello che possiamo fare, attraverso il processo di meditazione, è quello di smettere di identificarci coi pensieri e rimanere ad OSSERVARE, semplicemente, lasciando che ogni pensiero emerga, compia il suo percorso all'interno della mente, per poi sparire, come una nuvola in un cielo terso.

Ovviamente, occorre esercitarsi nella meditazione quotidianamente, riservandosi degli spazi di quiete da dedicare allo studio della propria interiorità e alla quiete personale. Quando l'attività meditativa sarà diventata un'abitudine, come il mangiare, il dormire o il lavarsi i denti, scoprirete come la vostra Vita in generale migliorerà, rendendovi più centrati, rilassati, refrattari allo stress e maggiormente focalizzati sui vostri obiettivi.

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Quando comincerete a meditare, la mente continuerà per un po' di tempo a saltare da un pensiero all'altro come una scimmia selvatica resa nervosa dalla presenza di un predatore. Voi dovete soltanto osservarla senza lottarci, senza giudicarla, senza giudicarvi in maniera negativa perché, a parere vostro, non siete riusciti subito a sedarla.

Ci vuole tempo, costanza, centratura, concentrazione sul respiro e, soprattutto, DISIDENTIFICAZIONE dal pensiero, voi non siete quello. La cosa più difficile non è osservare la mente mentre pensa in automatico, semmai la difficoltà sta nello smettere di credere che tutte le catastrofi che vi immaginate in testa possano accadere.

Attenzione, il semplice credere ad un pensiero potrà sembrare innocuo e banale, ma così non è. Il pensiero, infatti, può fare ammalare o, in casi estremi, quando si creano conflitti, morire. Ciò avviene a causa delle somatizzazioni, che vanno evitate smettendo di identificarsi col pensiero e lasciandolo fluire senza ripeterlo dentro come un mantra per migliaia di volte (o per tutta la Vita!), fino a morirne.

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Dedicate del tempo a voi, al vostro benessere interiore, cominciate a meditare, ad osservare la vostra mente senza giudicarla, lasciando scorrere i pensieri senza credere a nessuno di essi, non aspettatevi nessun risultato, praticate e basta.

Ben presto, se sarete costanti nel lavoro su di voi, vi accorgerete di come la scimmia-mente comincerà a rallentare, ad essere più "educata" nei vostri confronti. Col tempo, la mente smetterà di avere un'influenza negativa su di voi. Quando ciò avverrà, essa avrà smesso di esercitare il controllo su di voi e finalmente ne diventerete padroni e potrete servirvene quando occorre, mentre quando non ne avrete necessità la lascerete pensare per conto suo.

Vincenzo Bilotta

lunedì 14 settembre 2026

L'amore vince su tutto

Oggi mi trovavo in spiaggia, e ho assistito ad una lezione di amore puro, che mi ha tento emozionato, commosso, fatto riflettere sulla parola amore, quello vero. Si trovavano, sotto l'ombrellone, una coppia abbastanza giovane, con lei che aveva problemi di sovrappeso che non le consentivano di muoversi agevolmente.

Io ero seduto a leggere un libro in riva al mare, accompagnato dal rumore delle onde e dall'odore di mare trasportato dalla brezza leggera che è tornata a rinfrescare l'aria dopo due mesi di caldo estremo. Ad un certo punto decido di fare il bagno.
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Mentre sono in acqua, lo sguardo rivolto verso la spiaggia, scorgo la coppia, sempre sotto l'ombrellone, che passa tempo a sbirciare l'immancabile smartphone con le valanghe di inutili notifiche. Dopo un po' lui si alza, comincia a vestirsi, a chiudere l'ombrellone, in effetti si erano fatte, nel frattempo, le sette e mezza di sera, il sole adesso tramonta prima.

Dopo che lui finisce di vestirsi, lei è ancora seduta sul telo, assisto ad uno dei più bei atti d'amore, ormai tanto rari in un mondo fatto di apparenze e falsità. La donna ha evidenti difficoltà ad alzarsi da sola, sicuramente causate dal sovrappeso e dalla mancanza di attività fisica, così lui le porge le mani e l'aiuta a mettersi in piedi, ma non finisce qui.
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L'aiuta a vestirsi, lei è capace anche da sola senza problemi, ma nonostante tutto, lui l'aiuta a mettere la maglietta, i pantaloni, a sistemarla, con un amore che ricorda una madre quando veste un bambino e lo sistema per andare a scuola o uscire.

E' stato in quel momento che mi è arrivato, forte e chiaro, un messaggio d'amore. Nella sua apparente semplicità, recava un gesto che parlava da sé, ed esprimeva il messaggio "io ci sono, ti sostengo" che l'uomo esprimeva coi fatti, non con le parole come ormai sembrano tutti bravi tramite messaggi.
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Questo gesto silenzioso, la pazienza e la cura con la quale sistemava la giovane moglie, è stato mille volte più potente delle migliaia di cuoricini che ci si scambia quotidianamente tramite le stupide app presenti in questi smartphone.

Questo semplice, ma molto profondo, gesto d'amore disinteressato, oltre ad avermi fatto comprendere la vera natura dell'amore, che cioè non è solo sesso, movida e divertimento ma, anche e soprattutto, esserci quando la maggior parte delle persone non si prende la responsabilità di stare al fianco del proprio partner proprio quando ne avrebbe più bisogno optando per la fuga.
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Da quel gesto ho capito che esserci è tutto. L'amore, quello vero, è molto raro al giorno d'oggi e, quando lo si trova, è costituito da dimostrazioni pratiche quali l'essere presenti in maniera concreta nel momento del bisogno e dal fare senza pretendere nulla in cambio.

"Sono qui" significa esserci senza dirlo, abbracciare senza parlare, tenere per mano guardando negli occhi, mettere una coperta mentre lei dorme per la stanchezza e c'è freddo. Questo è esserci, e non un emoticon o un messaggio scritto giusto per avere la coscienza pulita mentre si è a a chilometri di distanza.

Vincenzo Bilotta

lunedì 31 agosto 2026

Ricchezza o realizzazione?

Vi sono, fondamentalmente, due categorie di persone. Le persone che lavorano sul piano materiale per accumulare ricchezze straordinarie, e quelle che lavorano sul piano spirituale per realizzare se stesse. Ma la separazione dev'essere netta? La risposta è no, perché ci può essere una via di mezzo.

Infatti, di solito chi lavora per accumulare beni materiali tende a criticare chi, dal canto suo, lavora per evolvere sul piano spirituale. Ma la persona spirituale tenderà, anch'essa, a criticare chi accumula ricchezze e vive una realtà meramente materiale.
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Sia la persona materialista che quella prettamente spirituale hanno torto, perché la critica non porta a nulla. La verità è che la via di mezzo è la migliore. Quando parlo di via di mezzo intendo la via che segue chi si concentra sia sul piano materiale che su quello della crescita personale.

A differenza di chi si dedica solo all'accumulo di beni, titoli, successi esteriori e chi, all'opposto, si dedica solo alla crescita personale/spirituale, colui il quale si occupa sia di ricchezza che di crescita personale, lavora sia sul piano materiale che sul piano spirituale ed energetico senza attaccamento né giudizio.
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Perché, se ci pensate bene, servono sia le risorse economiche che la coscienza, una coscienza che sia in grado di elevarci al di sopra del caos mentale e spirituale che regna nel nostro mondo ultracivilizzato e ci consentano di vivere in armonia sia con le cose materiali che con tutto ciò che concerne l'evoluzione dell'essere umano e del suo apparato psicofisico.

Se siamo fatti di materia, perché rifiutarla se può darci dei vantaggi su questo piano di esistenza? Se, d'altronde, abbiamo una parte costituita da energia, spirito, coscienza, perché non svilupparla e godere dei vantaggi che l'evoluzione spirituale è in grado di darci?
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Ricchezza o realizzazione? La mia risposta è: una via di mezzo senza, tuttavia, sviluppare nessuna forma di attaccamento, giudizio o mentalità competitiva. Questa via di mezzo, quella auspicabile in questo mondo in preda al caos, è l'unica che riesca a coniugare materia e spirito, tenendo lontano ogni forma di aspettativa rispetto ai risultati o di attaccamento rispetto ai beni posseduti.

Impariamo a gestire sia la ricchezza materiale che la realizzazione personale senza lasciarci, tuttavia, rendere schiavi, schiavi dei risultati, della tentazione che ci vorrebbe fare competere con gli altri, semplicemente seguiamo il nostro sentiero, un sentiero che possa portarci ad un piena completezza in tutti i settori della nostra Vita, sostituendo alla parola "competizione" la parola "cooperazione", perché TUTTO E' UNO e il miglioramento di una persona andrà ad influire, inevitabilmente e in maniera assolutamente positiva, su quello di tutte le altre, perché GLI ALTRI SIAMO NOI.

Vincenzo Bilotta

lunedì 17 agosto 2026

Le energie degli ambienti che frequentiamo

Vi è mai capitato di andare in un luogo e di sentirvi strani? Strani in che senso, vi starete chiedendo? Strani nel senso che, prima di entrare in quella casa, ufficio, studio, palestra, ospedale, stavate bene o molto bene, eravate sorridenti, carichi di energie, ma una volta entrati vi sentite senza forze, tristi, vi assalgono pensieri negativi che sembrano non volervi lasciare più?

Così, cominciate a chiedervi cosa vi sia successo, come mai vi sentite "strani" senza un motivo apparente. Eppure, quando siete usciti da casa vi sentivate abbastanza motivati, in forma... Beh, in realtà voi c'entrate poco, perché questo calo di energie non dipende da un vostro pensiero o da stanchezza, niente di tutto ciò.

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In realtà, le vostre energie sono calate e i pensieri negativi vi hanno assaliti da fuori, dal luogo dove siete entrati. Sì, perché molti ambienti hanno energie negative in grado di influenzare chi non è abbastanza schermato o è poco centrato.

In genere sono luoghi frequentati da gente con un livello di consapevolezza molto basso, dominata da pensieri ansiogeni, stressanti, di rabbia, paura, odio. In realtà, la società nella quale viviamo è ormai quasi tutta contaminata da queste energie negative.

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Tuttavia, di solito è più facile che queste energie basse si concentrino in luoghi chiusi, un po' come le sale per fumatori tendono ad accumulare il fumo fino a rendere quegli ambienti inquinati dalla nicotina. Ma i luoghi chiusi dei quali parlo non sono solo luoghi di sofferenza come, ad esempio, gli ospedali, a volte possono essere pure uffici, case di amici, luoghi ricreativi.

Perché ciò accade anche nelle case e non solo, ad esempio, negli ospedali? Perché magari la famiglia che ci vive continua ad avere pensieri negativi che, a lungo andare, hanno permeato ogni parte dell'abitazione, perfino i mobili possono essere carichi energeticamente.

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Ma cosa fare se si frequentano questi ambienti? Il primo consiglio che mi sento di darvi è quello di astenervi dal frequentarli, ma se sono luoghi di lavoro che non potete, di conseguenza, fare a meno di frequentare (a meno che non decidiate di cambiare lavoro, se quel lavoro non vi piace), allora vi conviene schermarvi.

Il lavoro di schermatura serve a non disperdere le proprie energie dandole in pasto a questi luoghi pieni di negatività. Vi sono vari modi per schermarsi, il primo consiste nel prendere coscienza del cambio di energie, essere presenti a se stessi mentre si entra in questi posti senza far diminuire l'ATTENZIONE, ciò basterà per prevenire il calo energetico.

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Se sono ambienti di lavoro dove siete da soli (se disponete di un ufficio personale), potete accendere degli incensi o delle candele per bruciare la negatività e ripristinare una buona energia, considerando il fatto che ci passate metà della vostra Vita rinchiusi.

Potete sperimentare altri metodi che ritenete più efficaci per voi e per l'ambiente nel quale passate il vostro tempo, tanti sono le soluzioni, basta centrarsi, predisporre una barriera fra voi e le energie negative in modo da tornare a casa di buon umore e senza cali energetici di sorta oltre a quelli che, magari, vi capiterà di avere perché quel giorno avete fatto tante cose. In questo caso vi basterà un po' di riposo per far tornare tutto in equilibrio.

Vincenzo Bilotta