lunedì 19 maggio 2025

Sei responsabile di ciò che dici, non di ciò che gli altri capiscono

Esprimere un proprio pensiero, frutto del lavoro svolto su di sé e, di conseguenza, della propria esperienza personale, è diritto di tutti. Ovviamente, quando si esprime un pensiero, si deve aver cura di parlare in maniera chiara e responsabile, perché si è responsabili di ciò che si dice.

Capita molto spesso che le persone diano un'interpretazione personale a ciò che gli altri dicono, specie nell'era social, dove ognuno legge la qualunque e si prende la briga di commentare. Il fatto è che ognuno di noi è libero, come detto sopra, di dire ciò che vuole senza, tuttavia, offendere nessuno né, tanto meno, avere avere la presunzione di possedere la verità assoluta.

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Ma se, nonostante tutte queste precauzioni, il "saggio" di turno, pur non capendoci nulla, esprime un parere che nulla ha a che fare con l'argomento ma è il frutto dei suoi filtri mentali, sviluppati dopo aver vissuto una realtà distorta che lo porta a vedere fuori i demoni che non ha il coraggio/mezzi per affrontare dentro di sé, di certo non è responsabilità nostra, perché ognuno è libero di scambiare un cane per un rinoceronte, sono affari suoi.

Tuttavia, va precisato che, se noi ci sentiamo attaccati da qualcuno che non ha capito un cavolo di ciò che abbiamo scritto e, nonostante ciò, si atteggia a superguru interstellare, allora abbiamo qualcosa in noi che risuona e questa è una sorta di spia, come quella della riserva del carburante sulle automobili, che ci indica dove dobbiamo lavorare ancora per renderci invulnerabili ai giudizi, peraltro ignoranti, dati da persone che non hanno ancora capito nemmeno se sono vive o già morte pur essendo ancora in piedi.

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La verità è che ognuno di noi, nel corso della propria Vita, incontrerà tanti specchi quanti sono necessari alla sua crescita personale. Questi specchi potranno arrivare attraverso le parole lette in un social, in un libro, oppure attraverso il messaggio verbale ascoltato da un relatore ad una conferenza o da una persona qualsiasi incontrata "per caso" in un bar (nulla avviene MAI per caso, l'universo e la Vita la sanno lunga...).

Il fatto è che la gente non riesce a guardarsi allo specchio senza romperlo se vede qualcosa in esso riflessa che non gli va a genio. Questa è ignoranza allo stato puro, tipica di chi non lavora su di sé né, tanto meno, gliene frega un cavolo farlo. A tal proposito io spesso pongo una domanda: "se, guardandoti allo specchio, noti un brufolo sul tuo viso, cosa fai, rompi lo specchio o togli il brufolo dal tuo viso?" e la maggior parte delle persone mi risponde "tolgo il brufolo".

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Diverso è, purtroppo, il caso in cui gli specchi non siano costituiti da lastre di vetro riflettenti la nostra immagine ma vengano sostituiti da persone, parole, eventi che riflettono, invece, la nostra IMMAGINE INTERIORE, allora tutto cambia. In questo caso, infatti, bisogna possedere l'umiltà di capire che noi abbiamo il potere di crescere attraverso ciò che ci accade, oppure di lottarci contro. Nel primo caso diventeremo dei saggi, nel secondo diventeremo degli idioti che lottano contro l'esterno sperando, in questo modo, di poter sconfiggere i demoni che si portano dentro, un lavoro impossibile, dispendioso quanto inutile! 

Impariamo a porci delle domande sul reale significato delle parole che leggiamo in giro per i social, in particolare quando hanno un certo effetto destabilizzante sul nostro sistema psicofisico. In pratica, quando qualcuno ci dice qualcosa che ci fa arrabbiare, chiediamoci quale parte di noi è ancora arrabbiata e vuole essere guardata e guarita?

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In questo modo avanzeremo in maniera più che spedita nel nostro percorso di crescita personale, crescendo in saggezza e smettendo, al contempo, di dare importanza a ciò che non c'interessa quando lo leggiamo, evitando di commentare ciò che prima non capivamo.

La comprensione, infatti, avviene solo se e solo quando riusciremo a ricondurre ad unità i vari frammenti all'interno del nostro sé più profondo. Dal momento in cui riusciremo ad avere la forza e il coraggio di specchiarci nelle situazioni, parole, cose esterne senza sentirci più attaccati, traditi, feriti, arrabbiati o spaventati e smettendo, al contempo, di reagire, allora saremo LIBERI E GUARITI.

Vincenzo Bilotta

lunedì 28 aprile 2025

Permettiti di fiorire

Ogni seme va piantato in un terreno fertile, altrimenti non produrrà nessuna pianta né, tanto meno, potrà mai fiorire. Noi siamo come tanti semi sparsi nel mondo, ognuno ha, in embrione un fiore diverso, così come diverso sarà il suo colore, ciascuno avrà una sua fragranza diversa, a patto che... fiorisca!

Se è vero che siamo tanti semi e che possediamo in embrione un fiore meraviglioso, il nostro talento, è altrettanto vero, tuttavia, che questo fiore solo rare volte potrà vedere la luce del sole e germogliare aprendosi, al contempo, alla Vita.
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Già, perché la maggior parte delle persone rimarrà seme, ossia mera potenzialità, ma raramente riuscirà a fiorire? Perché nessuno, tranne lui stesso, avrà interesse a fiorire e, se non ne prende coscienza, allora rimarrà uno dei tanti semi sparsi nel mondo, destinati a rimanere tali senza avere la possibilità di dischiudersi.

Ma perché molte persone non riescono a trasformare i semi delle proprie potenzialità in fiori della realizzazione di chi realmente sono? Perché molto spesso essi vivono in terreni non fertili, terreni che non permettono loro di trarre il nutrimento necessario a sviluppare la propria vera natura fino a realizzare appieno le proprie potenzialità.
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Quando parlo di terreno non fertile mi riferisco all'ambiente nel quale si vive, alle situazioni che si sperimentano ed, infine, alle persone delle quali ci si circonda le quali, molto spesso, ci tolgono la voglia, la motivazione e la volontà necessarie a realizzare noi stessi, come?

Instillando in noi paure, convinzioni limitanti e, in generale, scaricando su di noi le loro aspettative deluse, mettendoci in guardia sul fatto che, se non seguiremo i loro "consigli", "falliremo". Ma, in realtà, col loro modo di ragionare, di essere e, soprattutto, col loro cattivo esempio, ci stanno togliendo il terreno fertile nel quale avremmo potuto far germogliare il fiore che è già in noi e che necessita di nutrimento, attenzioni e AMORE costanti.
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Non è certamente con la paura che noi possiamo fiorire né, tanto meno, ascoltando gli altri, ciò in quanto ognuno di noi è un fiore diverso da tutti gli altri e, se davvero vuole fiorire, deve essere nutrito con sentimenti quali autostima, amore per se stesso, centratura, presenza mentale e fiducia nella Vita.

Ma se si ascoltano gli altri, ecco che il nostro fiore non nascerà mai, ciò perché esso verrà avvelenato dalle paure, dallo sconforto, dalla mancanza di fede/fiducia in Dio e nella Vita, dalla rabbia, dalla frustrazione con le quali gli altri annaffieranno il nostro seme.
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Ma cosa fare se il terreno, nel quale siamo stati piantati come semi, è arido? Beh, bisogna togliere il seme per poi piantarlo in un terreno fertile, che ci consenta di poter fiorire al massimo delle potenzialità che Dio, tramite la Vita, ci ha donato.

Cosa significa "cambiare terreno"? Può significare tante cose come cambiare lavoro trovandone uno che ci gratifichi, cambiare partner perché quello col quale ci relazioniamo non fa per noi ma, soprattutto, ELIMINARE SISTEMATICAMENTE tutte le persone che tendono a sminuirci, sono invidiose del nostro successo, della nostra voglia di fare/realizzarci, che sono buone solo ad instillarci paure e a giudicarci in maniera negativa.
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Dopo aver ripulito il nostro terreno, dopo aver estirpato le "erbacce", ecco che potremo piantare i nostri semi, coltivarli, concimarli e permettere loro di fiorire, senza forzare, lasciando loro il tempo che necessitano per crescere. 

Permettiamoci di fiorire, ce lo meritiamo; concimiamo i semi dei nostri talenti con amore, fiducia, autostima, gioia di vivere, gratitudine, annaffiamoli con la passione, la volontà e la costanza e lasciamo che il profumo del nostro successo si espanda e riempia le Vite di coloro i quali saranno toccati dal nostro esempio di Vita.

Vincenzo Bilotta

lunedì 7 aprile 2025

Tutto è in prestito

Nasciamo senza portare nulla, moriamo senza portare via nulla. Ed in mezzo litighiamo per possedere qualcosa. (Norandino)

Ci crediamo eterni, che ci sia sempre tempo per perdonare, per mostrare coi fatti il nostro amore alle persone alle quali teniamo, per realizzare i nostri sogni, per VIVERE, ma ci sbagliamo, almeno per quanto riguarda il nostro corpo fisico.

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Se è vero, infatti, che la nostra anima è eterna, il nostro corpo è soggetto alla morte, dopo un periodo più o meno lungo di tempo. Anche le cose che possediamo sono soggette ad usura e distruzione e, cosa principale, non ci appartengono, sono solo prese in prestito.

Non ci credete? Beh, quante persone morte conoscete che hanno portato con se l'auto per fare un giro nell'aldilà? Niente ci appartiene, tutto è in prestito. La verità è questa, noi nasciamo nudi e a mani vuote e così ce ne andremo il giorno della nostra morte, senza se e senza ma. Questo è un dato di fatto, ma potete sempre fare come facevano i faraoni, costruendo una piramide e parcheggiando dentro il vostro SUV di lusso.

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Con questo non vi sto invitando a sedervi in un angolo ad attendere la morte perché ogni cosa che farete o avrete, dovrete lasciarla in questo piano dimensionale, sarebbe da stupidi il solo pensarlo! Abbiamo un corpo ed è nostro dovere mantenerlo al massimo della forma fisica, la nostra mente va gestita in maniera ottimale per evitare che un eccesso di pensieri possa mandare in tilt il nostro sistema psicofisico, così come dobbiamo prenderci cura della nostra casa, della nostra auto, godendoci la Vita e tutto quello che ci offre.

Ma dobbiamo ricordarci che tutto, perfino il nostro corpo fisico, ci è stato concesso da Dio in prestito, dobbiamo custodirlo, sapendo che un giorno dovremo restituirlo. In quest'ottica non dobbiamo pensare in negativo, ma tenere in conto la morte come fine del nostro percorso di Vita, godendoci e VIVENDO AL MASSIMO DELLE NOSTRE POTENZIALITA' CIO' CHE POSSEDIAMO E, IN PRIMO LUOGO, LA VITA.

Tutto è in prestito, godiamocelo; niente è per sempre, impariamo a trovare in ogni istante l'eternità; impariamo ad abbracciare forte le persone che amiamo, prendiamocene cura; VIVIAMO, QUI, ORA, MOMENTO PER MOMENTO, PERCHE' NESSUNO CI HA MAI GARANTITO UN DOMANI. 

Vincenzo Bilotta

lunedì 24 marzo 2025

Il miracolo della presenza mentale

Ogni singolo istante che viviamo è perfetto, così com'è. Se solo avessimo occhi per guardare non troveremmo nessuna imperfezione in nessun accadimento all'interno della nostra Vita. Ma la mente ci mette lo zampino, ed ecco che la nostra Vita, se non prendiamo coscienza del fatto che è la mente a gestirla, diventa un dramma, altro che perfezione...

La mente è sempre pronta a catalogare, a giudicare, ad associare un evento che accade oggi con altri simili avvenuti nel passato. Di conseguenza noi non viviamo ciò che accade, così com'è, piuttosto riviviamo (a volte all'infinito) ciò che è già accaduto e la mente ripesca nell'archivio della memoria. In questo modo noi l'evento lo stiamo giudicando buono o cattivo, ma non lo stiamo VIVENDO in maniera neutra.

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Quello che ci frega è la mente. La mente, infatti, utilizza il tempo, passato e futuro, per sbilanciarci e non ci permette, in questo modo, di vivere l'ISTANTE, perché quando si riesce ad essere presenti, qualsiasi cosa si stia compiendo (radersi, bere una tisana, leggere, lavorare, lavare i piatti, allenarsi, fare l'amore), la mente non serve, è come se la spegnessimo smettendo, in questo modo, di sognare ad occhi aperti.

LA PRESENZA MENTALE CI CONSENTE DI VIVERE L'ADESSO SENZA LASCIARCELO SFUGGIRE. IL PRESENTE E' L'UNICO PUNTO A PARTIRE DAL QUALE E' POSSIBILE GUARIRE DA QUELLA "MALATTIA" CHIAMATA "TEMPO" (PASSATO E FUTURO).

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La mente e, di conseguenza, il tempo, andrebbero utilizzati solo per programmare il futuro in senso lavorativo, per organizzare le prossime vacanze o gli appuntamenti a cena. Il fatto è che, invece, noi utilizziamo la mente anche quando non ci serve, e cioè per rimpiangere i "bei tempi andati", angosciarci per come potrebbe andare il nostro futuro e, così facendo, ci lasciamo sfuggire l'istante presente.

Ma quando non siamo presenti è come se fossimo già morti, ciò perché, viaggiando fra un passato che è ormai cenere e un futuro che è ancora ipotesi, sprechiamo l'istante vivendo l'allucinazione spazio-temporale all'interno della nostra mente, sempre lei, sempre pronta a lavorare in automatico rendendoci, in questa maniera, molto più simili a degli automi che a degli ESSERI UMANI COSCIENTI.

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Va tenuto con che il tempo è solo una convenzione, un modo di ricordare ciò che è accaduto sotto il nome di passato e ciò che dobbiamo programmare domani sotto il nome di futuro. Al di fuori di ciò, oltre le definizioni mentali, esiste solo ADESSO, e sia il "passato" che il "futuro" altro non sono, rispettivamente, se non parti di un ADESSO che è già stato e parti di un ADESSO in divenire.

Ma, oltre a tutto ciò che ho detto finora, come fare ad uscire da questa follia chiamata mente e, di conseguenza, tempo, fino a rimanere il più possibile presenti nel corso della giornata e, in generale, fino a quando siamo vivi su questo pianeta all'interno del nostro corpo fisico?

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Nel mio libro ALCHIMIA DELLA COSCIENZA, YOUCANPRINT EDITORE, parlo di quattro tecniche semplici, quanto efficaci, di ancoraggio alla realtà: il respiro, la camminata, il lavare i piatti e il puntare la sveglia nel telefonino.

Non possiamo respirare in nessun altro momento se non QUI, ORA, non c'è un respiro passato o futuro, è semplicemente impossibile! Lo stesso vale per la camminata e il lavare i piatti: possiamo camminare e lavare i piatti in uno stato di ATTENZIONE TOTALE proprio mentre compiamo questi gesti quotidiani tanto semplici ma che, se fatti con coscienza, possono diventare un portale di accesso all'ADESSO.

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L'ultima tecnica di ancoraggio è costituita dal puntare il telefonino quattro volte al giorno in diversi momenti, presi a caso, nel corso della giornata. Così facendo, quando suonerà la sveglia, potremo accorgerci di ciò che stiamo facendo proprio in quel preciso istante e ricordarci, al contempo, di noi, che esistiamo, che siamo DAVVERO VIVI E PRESENTI, PROPRIO QUI, PROPRIO ORA.

Per ulteriori approfondimenti su queste tecniche semplici quanto efficaci, vi rinvio al mio libro. Questi esercizi vanno praticati QUOTIDIANAMENTE, se si vogliono ottenere dei risultati. E' un po' come allenare i muscoli in palestra, i risultati arrivano SOLO se si è COSTANTI NELLA PRATICA. Buona pratica, QUI E ORA!

Vincenzo Bilotta


lunedì 10 marzo 2025

Nirvana istantaneo

Col termine Nirvana s'intende, nel buddhismo, la liberazione dalla sofferenza derivante dall'attaccamento alle cose del mondo. Ma non tutti possono raggiungerlo, non facilmente, in ogni caso, e non sempre. Ormai, la ricerca del risveglio e, al suo interno, le persone risvegliate, sono diventate una moda, più che una condizione dell'essere, questo è il frutto dell'era dei social, dove molte persone cercano solo di monetizzare e di avere nuovi seguaci.

Ma il risveglio, la presa di coscienza che ci porterà, di conseguenza, a vedere tutto il mondo esterno quale illusione e ci libererà in maniera definitiva dall'attaccamento a cose, persone e situazioni, è qualcosa di molto, molto personale, intangibile, non esprimibile a parole e, men che meno, non ci si può creare un canale a lui dedicato.

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Ma, al di là di queste premesse, oggi voglio parlarvi di Nirvana istantaneo. No, non è una nuova bevanda dissetante in polvere che si prepara in pochi minuti, è ben altro, anzi... non è proprio niente! Eppure molti di noi lo inseguono per una Vita intera, sperando di trovarlo all'interno di libri rari, seguendo guru in India dove vanno in ferie almeno due volte l'anno o, addirittura, trasferendosi in degli ashram appositamente concepiti come una sorta di case vacanze.

Si studiano nuove tecniche, pratiche ascetiche a volte estreme ma, la maggior parte delle volte, lungi dal raggiungere il Nirvana, non si fa altro che complicarsi la Vita, aggiungendo lavoro mentale, fisico e filosofico allo scopo di liberarsi, ma invece ci si ingabbia in congetture, metodi, il tutto condito, molto spesso, da svariati tipi di astinenza, non da ultime quelle da cibo e sesso.

Ma è davvero così dura, difficile, la strada verso sto Nirvana, tanto decantato dai buddhisti, o c'è una soluzione più rapida, una sorta di scorciatoia, chiamiamola così, spirituale, per raggiungerlo? Io credo proprio di sì!

Diciamoci la verità: la maggior parte di noi, per amore di liberarsi dal pensiero compulsivo e dalla mente che molto spesso sembra girare peggio di un frullatore, è disposta a tutto. Quando dico tutto intendo riferirmi al frequentare corsi di yoga, seminari, ritiri, leggere tonnellate di libri, praticare l'astinenza, ritirarsi a Vita in un eremo.

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Ma è proprio necessario tutto ciò? Perché, se ci riflettete bene, ci si complica la Vita praticando diversi metodi, privandosi dei piaceri della Vita e tutto il resto, solo per raggiungere la semplicità, va bene. Ma la domanda che sorge spontanea è: come si può sperare di raggiungere la semplicità, di liberarsi dal mondo con le sue sofferenze e le cose che ci provocano attaccamento, complicandosi la Vita con metodi svariati, guru, seminari, libri? Servono davvero tutte queste cose?

La risposta è sì, almeno per me è così, e vi spiego pure il perché. Molto spesso le cose semplici le abbiamo davanti ai nostri occhi, ma non le vediamo, perché siamo troppo impegnati a cercarle in pratiche "di liberazione" dalla Vita e da tutti i suoi affanni che sono molto lontane da noi e che per raggiungerle non basta, a volte, nemmeno una Vita intera.

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Così andiamo nell'ashram a praticare yoga e meditazione, seguiamo un guru, ci asteniamo dai piaceri della Vita, leggiamo testi spirituali, il tutto per liberarci... da cosa? In questo modo non facciamo altro che aggiungere e sperimentare altri tipi di attaccamento, ossia attaccamento al guru, dipendenza dall'ashram o dal libro "rivelatore" i quali, tuttavia, la maggior parte delle volte non ci arriveranno mai per liberarci, ma per rinchiuderci in un'altra, ben più raffinata gabbia, che possiamo tranquillamente chiamare "gabbia della conoscenza".

Ma, come sapete bene per esperienza, la conoscenza concettuale non porta da nessuna parte e, molto spesso, complica le cose invece di semplificarle. Ciò perché, udite udite, il Nirvana lo abbiamo avuto da sempre davanti i nostri occhi, a portata di mano e, se non riusciamo a raggiungerlo, è perché pensiamo da adulti, e cioè con una mentalità che tende a complicare le cose e a vedere la Vita come un problema, non come un gioco quale essa, in realtà, è.

Noi siamo Nirvana e, se capiamo questo, ci liberiamo istantaneamente. Dobbiamo solo tornare puri, come quando eravamo bambini non ancora addomesticati da questa società globalizzante e conformista fino a fare schifo. 

Il bambino è sempre libero, esso riesce a vedere la Vita come un gioco. I bambini vedono tutto con gli occhi dell'avventura, della creatività, hanno i loro amici immaginari e sognano, ad ogni istante, la realtà che più gli fa comodo, il tutto senza utilizzo di alcuna sostanza psichedelica.



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La verità sta nella semplicità. Paradossalmente, i bambini vengono al mondo per farci smettere di essere adulti e farci tornare a giocare con loro, con quelli che consideriamo i "nostri problemi", con la Vita. Se riusciamo ad uscire dalle nostre corazze, ecco, il Nirvana torna a manifestarsi.

Sì, avete capito bene, il Nirvana torna a manifestarsi, emerge quale nostra natura buddhica, ciò perché ognuno di noi, sotto sotto, è Nirvana, è libero, deve solo uscire dal programma, questa è l'essenza della pratica. Se non si comprende bene questo concetto, si potrà pure meditare per 6 ore al giorno, auto fustigarsi nella pubblica piazza o astenersi dal cibo per 40 giorni, ma a nulla varrà se non a sviluppare un ulteriore ego, quello spirituale.

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Raggiungere il Nirvana non è un traguardo, non è e basta. La pratica è bella, la disciplina pure, ci vogliono delle regole da seguire, ciò serve a dare una direzione differente rispetto a quella assunta dalla mente nella Vita di tutti i giorni. Praticare il guru, l'ashram, leggere i libri e partecipare ai seminari a volte è essenziale, purché tutto questo lavoro faccia ritornare al punto di partenza.

Lo so, sembra paradossale, ma tutto il lavoro volto al raggiungimento del Nirvana, altro non è se non un lavoro di destrutturazione di quella che è l'idea che abbiamo di noi e, in generale, della Vita, idea che non è nostra, ma che ci hanno insegnato attraverso il processo di addomesticamento.

Noi siamo e basta. La Vita è gioco, i problemi sono creazioni mentali. La verità è una e cioè che, qualsiasi cosa noi pensiamo della Vita, quella sarà la nostra realtà che andremo a vivere. Siccome tutti dobbiamo morire, perché non VIVERE prima del fatidico giorno e goderci ogni singolo istante partecipando ad ogni nostra azione con un atteggiamento ludico invece di fare un dramma di ciò che, in fin dei conti, è solo mera illusione?

Lasciamo i "problemi" alle persone serie, noi siamo bambini che vogliono giocare con la Vita in attesa che tutto finisca, facendoci trovare, quel fatidico giorno, col sorriso sulle labbra. Realizzato questo, ecco, il Nirvana istantaneo riemerge dalla nostra natura, che è sempre stata quella del Buddha, ma che era solo sommersa da strati di congetture accumulate durante il processo di addomesticamento.

Vincenzo Bilotta


lunedì 17 febbraio 2025

Siate come i girasoli

Porta il tuo viso verso il sole e le ombre cadranno dietro di te. (Proverbio maori)

Viviamo in un mondo di pessimisti. Per dirla con la metafora del bicchiere, pare proprio che tutti, o quasi, vedano il bicchiere mezzo vuoto, concentrandosi sempre e solo sulla mancanza, sul senso di incompletezza, sui problemi. Queste persone non sanno, tuttavia, che la mancanza, il senso di incompletezza e i problemi esistono perché loro si concentrano SOLO ED ESCLUSIVAMENTE su questi aspetti delle loro Vite.

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Consentitemi adesso di fare un altro esempio per entrare nel vivo di questo articolo di oggi. Immaginate di essere dei fiori, ma non dei fiori qualsiasi, vi chiedo di immaginare di essere, sia pure per un solo attimo, dei girasoli.

Come ben sapete, il girasole è così chiamato per la sua caratteristica tendenza a girarsi verso il sole, in direzione dei suoi raggi. Ora, immaginate per un attimo di essere voi stessi dei girasoli. Ma perché proprio dei girasoli? Perché il girasole, proprio per il fatto di girarsi solo verso il sole, ha la capacità di LASCIARSI ALLE SPALLE LE TENEBRE, ciò in quanto si concentra solo ed esclusivamente in direzione dei raggi solari.

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Noi possiamo essere proprio come i girasoli. Se ci fate caso, nel descriverli avrete notato come facessi riferimento al fatto che i girasoli volgono il loro sguardo SOLO verso la luce. Di conseguenza possiamo dire che essi focalizzano la loro attenzione solo su ciò che è bene per loro. Il sole, infatti, è quanto di più positivo possa esistere agli occhi di un fiore.

Per il girasole, quindi, non esiste nient'altro se non il sole. Il girasole non presta attenzione all'ombra, a ciò che lo circonda, esso dirige il suo sguardo SEMPRE E SOLO VERSO LA LUCE DEL SOLE e questo gli è più che sufficiente per vivere e crescere forte fino a portare i semi, quelli che molti di noi mangiano di tanto in tanto.

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Noi dovremmo prendere esempio dai fiori di girasole, all'interno delle nostre Vite, focalizzandoci solo sugli aspetti positivi ed evitando di ingigantire quelli negativi. Sì, lo so, questo compito risulta molto difficile, specie se teniamo in considerazione il fatto che viviamo in una società di pessimisti, dove il pessimismo ci viene insegnato (manco se fosse un'alta iniziazione esoterica) dovunque ci troviamo: a casa, a scuola, in mezzo agli amici, in giro per le strade.

La gente, quando non ci trasmette negatività attraverso la parola, lamentandosi, ce la può trasmettere con le espressioni da zombie che assume a partire dal momento in cui esce di casa per andare in giro per i fatti suoi. In un modo o nell'altro, chi ha la negatività dentro tenderà ad esprimerla fuori, sia a parole, che attraverso, come ho già detto, le espressioni del viso decisamente da morto, ma non finisce qui.

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Sì, perché molte persone sono negative non appena ti ci avvicini, anche se non ti parlano, anche se il viso non è particolarmente cadaverico, semplicemente emanano ciò che sono. Qui parlo di campi energetici negativi del diametro di uno o diversi metri di circonferenza, e quando noi ci troviamo all'interno di questi campi, anche se possediamo dei livelli energetici elevati, non possiamo fare a meno di assorbire parte della loro negatività.

Riveste importanza fondamentale imparare a focalizzarsi sul sole presente nella nostra Vita, non sulle zone in ombra. Impariamo a volgere lo sguardo in direzione della luce. Tradotto in pratica, smettiamo di preoccuparci sempre e comunque riguardo al futuro, a ciò che succederà domani, se potremo andare in vacanza, se le tasse aumenteranno o se moriremo, andiamo oltre.

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Per andare oltre intendo andare oltre le tenebre, volgendo il proprio FOCUS in direzione della luce e cioè sul fatto che siamo VIVI, che abbiamo un tetto sotto il quale dormire, che non siamo in un paese in guerra, qualsiasi cosa, purché sia positiva.

Ciò deve costituire un allenamento quotidiano che ci porterà, pian piano, a cambiare modo di pensare, di vedere, e di vivere la Vita, in particolare potremo cambiare polarità, passando dal polo negativo (visione pessimista, caratterizzata dal concentrarsi sui problemi creati da noi stessi, dalla nostra mente), al polo positivo (visione ottimista, caratterizzata dal ringraziare DIO per ciò che ci ha concesso di avere, di vivere, di diventare GRAZIE al semplice fatto di essere vivi e poter fare esperienza su questo pianeta chiamato terra).

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Da oggi, quindi, non limitatevi a mangiare solo i semi di girasole, diventate ALLIEVI del girasole stesso, lasciando che v'insegni a guardare verso la luce, lasciandovi alle spalle, una volta per tutte, le tenebre costituite dalle vostre seghe mentali. Buona pratica!

Vincenzo Bilotta

lunedì 3 febbraio 2025

Chi sei veramente?

Ti sei mai chiesto chi sei veramente? No, non sto parlando del tuo nome, della tua famiglia, di ciò che hai imparato a scuola né, tanto meno, della tua posizione economica o del tuo titolo accademico, niente di tutto ciò.

Ti sto chiedendo se hai mai provato ad esplorare la tua vera natura, a riscoprire la tua vera identità, quella che non hai mai ricercato, oltre ciò che ti hanno fatto credere di essere, oltre alla famiglia, al gruppo sociale al quale appartieni.

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Probabilmente pensi di essere ciò che ti hanno insegnato, ciò perché questa è diventata la tua identità. Ma tu potresti trarre la tua identità anche da quello che hai vissuto, subito, come quando, ad esempio, ti bullizzavano a scuola, e in questo caso ti allontaneresti, e non di poco, dalla tua vera natura, da chi sei veramente.

Sì, perché le esperienze dolorose vissute durante la fase di crescita creano in te un guscio, una prigione, fatta di dolore, di convinzioni limitanti rispetto a quello che sei veramente. Di conseguenza, crescendo e una volta inserito nel contesto sociale e lavorativo, tu non sarai te stesso, ma rappresenterai un insieme di emozioni che hanno creato una versione distorta di ciò che in realtà sei.

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Ebbene sì, il passato può diventare una prigione per chi non riesce a svegliarsi in tempo e capire che è solo un ricordo, un ricordo che, tuttavia, può imprimersi tanto in una persona fino a non permetterle di essere se stessa, di esprimere la sua vera natura, la sua creatività impedendole, in questo modo, di mettere a disposizione i propri talenti e le proprie capacità artistiche, ciò in quanto vengono represse.

Non è di certo facile esprimere la propria vera natura senza aver prima smesso di continuare a trarre la propria identità dal passato, specie se questo è stato traumatico. Per uscire fuori dal guscio delle convinzioni limitanti, dalla falsa identità e, in generale, da tutto ciò che c'impedisce di esprimere la nostra vera natura, bisognerà, prima, prendere coscienza del fatto che noi non siamo il nostro passato, un passato dal quale, fino ad oggi, abbiamo tuttavia continuato a trarre la nostra identità.

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Continuare a vivere traendo la propria identità da bambini bullizzati o da buoni a nulla non è, di certo, il massimo se vogliamo esprimere il meglio di noi stessi, ciò in quanto questi traumi non osservati e sanati costituiscono un grosso limite all'espressione dei nostri talenti naturali e sabotano, di conseguenza, il raggiungimento del nostro successo.

Quando abbiamo paura di qualcosa, del successo, di cominciare un'attività in proprio, chiediamoci chi ha, in realtà, paura. Potremmo scoprire che non siamo noi ad avere paura, ma il bambino bullizzato dai compagni di classe o, in generale, giudicato poco intelligente dagli insegnanti che ci portiamo ancora dietro e che guida, a distanza a volte di molti anni, la nostra Vita.

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In questo modo, però, non si va da nessuna parte! Bisogna sanare il bambino che è in noi, smettendo, al contempo di sentirci inadeguati, insicuri, spaventati dalla Vita, perché ciò che ci hanno detto erano solo delle frasi pronunciate da persone che avevano un livello di coscienza molto basso e, in quanto tali, incapaci di capire il danno che avrebbero arrecato, pronunciando determinate parole, in un bambino particolarmente sensibile.

Prendiamo per mano il bambino spaventato che è in noi, guidiamolo dal buio di un passato costellato da esperienze negative alla luce di una nuova Vita, quella di adulto capace di perdonare chi non ha creduto in lui o che attraverso ripetuti scherzi ha urtato la sua sensibilità.

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Integrare il nostro lato bambino nella nostra personalità adulta dopo averlo sanato è fondamentale per la nostra crescita emotiva, in primo luogo e, in generale, in tutti i campi, siano essi sentimentale, lavorativo o sociale in generale.

Solo dopo aver sanato il nostro passato potremo voltare pagina e cominciare a credere in noi stessi, a coltivare i nostri talenti fino ad ora mai esplorati a causa delle nostre insicurezze per poter esprimere, infine, la persona di successo sepolta in noi sotto strati e strati di convinzioni limitanti, paure immotivate e un'identità che no, non avevamo di certo scelto noi, ma ce l'avevano attribuita in maniera arbitraria altri.

Vincenzo Bilotta